news dabol, pensieri e divagazioni
Poi da solo l'urlo
Diventò un tamburo
E il povero come un lampo
Nel cielo sicuro
Cominciò una guerra
Per conquistare
Quello scherzo di terra
Che il suo grande cuore
Doveva coltivare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare
Ma la terra
Gli fu portata via
Compresa quella rimasta addosso
Fu scaraventato
In un palazzo,in un fosso
Non ricordo bene
Poi una storia di catene
Bastonate
E chirurgia sperimentale
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare
da "com'è profondo il mare" Lucio Dalla
PALESTINESI FELICI...ALLA FACCIA DI ORIANA FALLACI!

se non vedete la foto andate su: http://spc.fotologs.net/photo/28/6/64/dabol/1135883798_f.jpg
Questo è l'articolo pubblicato su "LA RINASCITA" per chi l'avesse perso...
Beirut, sabato 3 dicembre 2005. Il teatro dell¹Unesco alle sei del pomeriggio è già pieno. Questa sera è di scena la musica. ³United Posse against war², recita il volantino. E per chi la guerra ce l¹ha in casa o dietro l¹angolo deve essere già abbastanza. Questa sera parla la musica: Assalam Aleikum e si parte. Buonasera, in tutte le lingue, Daniele, Ivan e Marzouk salutano il teatro (oltre che ³la stanza²Š) ed entrano subito in sintonia con il pubblico giovane, lo vedi dagli occhi, lo senti dalle mani. Il musicista tunisino e i due napoletani introducono quel dialogo tra la cultura araba e quella europea che è l¹obiettivo di tutto un viaggio, l¹unico bersaglio di pace di un lavoro che dura da mesi, da anni e che oggi prende la forma di un concerto di grande impatto e atmosfera.
Ecco il suono del Mediterraneo, è facile entrare in sintonia. L¹aveva detto pochi minuti prima di cominciare, Antaun Harb, il direttore del Teatro Unesco di Beirut: mi piace pensare che nell¹antichità avessimo gli stessi caratteri e se non è così, lo sarà in futuro. Di sicuro la musica ha un privilegio, unisce tutti senza necessità di troppe parole. Il napoletano di Daniele e l¹arabo di Marzouk, ritmato dalle percussioni, sembrano una sola lingua, il basso di Ivan è profondo e aggressivo: reggae, ragamuffin, dub e musica tradizionale non hanno confini. Riccardo controlla ³dall¹alto² la regia dei suoni.
E¹ emozionante suonare a Beirut, è appassionante applaudire nella capitale libanese quella che potrebbe essere una nuova ³evoluzione² del progetto del grande assente della serata, Luca ³Zulu² Persico, che ha dato vita alle esperienze musicali più ³militanti² che l¹Italia potesse conoscere, dalla 99 Posse ad Al Mukawama, ³la resistenza², in arabo. Stasera Luca non canta ma il messaggio non si perde. Daniele, un¹altra grande voce, l¹altro grande cuore del gruppo, ce lo dice e ce lo canta. Napoli è la città dove ha le sue basi la ³resistenza² musicale ma le voci uniscono tutte le esperienze di lotta. E non è un caso se il concerto di Beirut, uno dei momenti senz¹altro più riusciti del progetto ³Osservazioni di pace², si conclude - dopo varie incursioni in esperienze musicali ³parallele² - con l¹inno degli zapatisti, Ya se mira el horizonte. Andiamo, andiamo avanti, il pubblico applaude. Questa sera le culture si sono incontrate, questo è il Mediterraneo in cui ci piace nuotare.
L¹inno di Marcos e compañeros nella mattinata di sabato è risuonato nei vicoli di Shatila, l¹affollato campo profughi palestinese che mattone dopo mattone, filo elettrico su filo elettrico vive in una dignitosa disperazione. Certo, qui parlano anche i muri, o quello che ne resta. Parlano di guerra, di dolore, di massacri di giovani, donne e anziani inermi. Quel maledetto settembre dell¹82, durante la strage di Sabra e Shatila non fu neanche possibile resistere. Qui non c¹erano armi, ma a chi ha ordinato e ha eseguito il massacro non è bastato saperlo.
Welcome, che tu sia il benvenuto, te lo ripetono continuamente. E si ha l¹impressione che raccontando questa vita nella ³città di sotto² si possa lenire un dolore, curare una ferita. Tutto quello che è vita ³normale² stride con questo luogo. Ed è la ragione per cui sentir cantare e suonare con mani e maracas Ya se mira el horizonte, su un mucchio di pietre, sotto lo scheletro di un palazzo che porta i segni evidenti della guerra, è un¹immagine che difficilmente si dimentica. Come non si dimenticano i bambini che ballano e tengono il tempo, che improvvisano la più laica delle processioni nel campo profughi. Si cammina in fila per uno, il vicolo è già un lusso, come tutto il resto, come i più elementari dei diritti.
Qualche piccola oasi nei campi profughi palestinesi c¹è. Si tratta delle strutture sociali, scolastiche e sanitarie sostenute da un¹associazione chiamata ³Beit Atfal Assumoud² (www.socialcare.org) presieduta da Kassem, un palestinese dei Territori che ci accompagna ovunque, per una settimana, su e giù per il Libano: Puntocritico, Libera Informazione, Comitato ³Per non dimenticare Sabra e Shatila², la Posse, i giornalisti, gli ottimi cuochi, Bruno e Fefè, il fotografo Mario La Porta che negli stessi giorni ha inaugurato una mostra fotografica a Beirut: le guerre ci sono tutte, dalla Jugoslavia a quelle di camorra.
Arriviamo fino al sud del Libano, la zona liberata e controllata da Hezbollah. Oltre il muro c¹è il villaggio di Kassem, oggi ci sono le colonie israeliane. E¹ l¹unico momento in cui gli occhi di questo grande uomo si velano di tristezza. Lancia una piccolissima pietra verso il muro, contro il filo spinato. E¹ la sua terra, è la terra di tanti altri palestinesi ma a casa è proibito tornare. "E¹ bella la mia terra", cantano i bambini palestinesi a Shatila nel ³luogo della memoria², quella fossa comune, prima discarica e ora parco della pace. Ma quei bimbi sono la terza o quarta generazione di palestinesi che non ha mai messo piede su quella terra. Il 29 novembre, nella giornata mondiale Onu di solidarietà con il popolo palestinese, i bambini con una fascia celeste commemorativa, i palloncini e le bandierine nere, bianche, verdi e rosse, cantano: "La mia casa sta nella tenuta, la tenuta sta nel mio Paese, il mio Paese è la Palestina". Nel terreno ci sono i loro morti.
Nella stessa giornata in una piazza di Beirut si manifesta: la parola d¹ordine è la richiesta di una commissione d¹inchiesta sulla morte di Arafat. In questo momento non c¹è modo migliore di solidarizzare con la causa palestinese che essere lì, essere in tanti ed essere visibili.
Welcome, che tu sia il benvenuto, te lo ripetono continuamente. Il 29 novembre è una data importante, una giornata commemorativa è comunque un modo per essere ricordati, per far sentire le voci che si alzano dai grattacieli della miseria di Shatila a tutti gli altri campi, dal nord al sud del Libano, un Paese che accoglie all¹incirca 400mila profughi palestinesi stipati in aree limitate e quindi costretti ad alzare muri sulle piccole case perché la popolazione è in crescita rispetto al passato. Rispetto ai campi di Shatila e Burg el Baragineh a Beirut, le aree che si trovano nel sud del Libano sembrano più vivibili. Ma anche questa potrebbe sembrare un¹esagerazione.
Di sicuro al sud l¹identità palestinese si sente in maniera più forte, i manifesti di Arafat e Yassin sono tanti. Ma le storie sentite sono simili ovunque. A Burg el Shamali, un campo della zona di Tiro, si è alzato un monumento per ricordare i martiri del 7 giugno 1982, annus horribilis. Durante l¹invasione israeliana del Libano, questa zona fu bombardata massicciamente. Rifugiarsi era praticamente impossibile. Sotto questo ³sepolcro² che ricorda un camino, ci sono 94 corpi di civili bruciati. Avevano trovato rifugio in quello che una volta era un centro ricreativo, una sorta di club. "Non c¹è stata nessuna distinzione tra combattenti e civili", racconta un padre scampato ai bombardamenti ma che ha perso cinque figli: sono tutti lì sotto. La moglie di Kemal, invece, è l¹unica ad essersi salvata quella sera al tramonto. L¹impatto del bombardamento l¹ha sbalzata fuori dal rifugio. E¹ cieca, sorda e orrendamente sfigurata. Un¹orgia di dolore e fili elettrici tra questi vicoli.
Welcome, tu sia il benvenuto. Ci accoglie anche lo Sheik Nabil Qawar, responsabile religioso per partito di Hezbollah nel sud del Libano: "Le politiche aggressive americane non possono ingannare tutta l¹umanità. E¹ quello che pensiamo quando vi vediamo". E aggiunge: "Non vogliamo che il Libano diventi un altro Iraq". Ma qui un filo nero accomuna la guerra di Bush a quella di Sharon. Siamo in quello che resta del carcere di Al Khiam, la casa delle torture, di ogni tipo. Quanto dolore.
Welcome, benvenuti. Nel quartier generale della milizia palestinese nel sud del Libano, Arafat è ovunque. A parlare è Sultan Abu Alayen, a capo dell¹Olp in quest¹area. Sulla sua testa pende una condanna a morte comminata in contumacia da un tribunale del Libano. Il generale ha lasciato la casa di suo padre in Palestina quando gli alberi d¹ulivo erano ancora delle piantine. "Oggi hanno sessant¹anni. E la mia casa è l¹unica ancora in piedi in tutto il villaggio". Adesso ci vive un palestinese che vigila e aspetta. Il ritorno di un popolo senza diritti, troppo spesso dimenticato. Ya se mira el horizonte, è un augurio che risuona ancora per le strade, nei campi profughi. Andiamo. Grazie. Welcome.
Raffaella Angelino

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IL VIAGGIO IN LIBANO
Non bastano le parole per descrivere il coraggio e la dignità, non bastano neanche quando
devi semplicemente raccontare; le immagini ti scorrono davanti agli occhi come diapositive
sbiadite dal tempo che però sembra non esistere perchè le lancette continuano a girare
ma tutto è fermo, nulla è cambiato dal 1982!
Un campo,un limbo di anime,un ghetto...Chatila; la nostra prima tappa.
Le lacrime di chi ha perso tutta la famiglia ci scorrono dentro.
Fili della corrente che formano ragnatele fittissime ci sovrastano e tubi dell'acqua
come tentacoli percorrono i muri fino ad un'unico tubo...c'è poca acqua e quella che c'è è sporca
Ma cosa successe quasi 25 anni fa?
Sabra e Chatila due villaggi palestinesi situati alla periferia di beirut furono rasi al suolo
dalle milizie israeliane. 2000 morti trucidati barbaramente senza distinzione
di sesso e di età!
Non bastano le parole per descrivere il coraggio e la dignità di chi campa ancora col ricordo dei propri figli
ammazzati dalla mano armata d'israele. Non bastano le parole da sole bisogna avere la palle di guardare
queste persone negli occhi, affrontare il loro sguardo e sentirsi una merda.
E le prigioni israeliane? Ne vogliamo parlare?
Mi è sembrato di sentire ancora i lamenti di chi attaccato ad un palo veniva torturato o assisteva
allo strupro della propria donna! E non è fantasia ma realtà sputata in faccia dalla bocca deformata dalle bastonate
subite in carcere di un palestinese che ora vende bandierine e cd in quello che è diventato un museo della memoria.
I ragazzi che ci hanno abbracciato, i bambini con cui abbiamo giocato, le donne che ci hanno spiegato, i volti
che ci portiamo dentro ancora oggi che siamo in Italia ci hanno accompagnato fino alla fine, fino al giorno del concerto.
Nonostante l'assenza di luca zulù (per un malore) e del gruppo abbiamo deciso ugualmente di regalare un momento di
divertimento e riflessione ai nostri fratelli libanesi e palestinesi; così io insieme a ivan
(che sostituiva maxjovine al basso)e Marzouk (alle percussioni) e a riccardo (il nostro sound N-G-neer)
abbiamo deciso di non far saltare il concerto e di cantare e suonare per loro.
E' stata una vera esplosione di felicità!
L'aereo mi ha riportato in l'italia ma una parte di me è rimasta lì ed aspetta il mio ritorno, quella parte di me palestinese
che ora è lì seduta e mi guarda attraverso i fori che i proiettili hanno scavato su un muro di chatila...
Venerdi 9 su "LA RINASCITA" uscirà un'articolo sul viaggio in Libano e sul concerto

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